Il vino di Jacopo, un fiore duro e puro

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«Fare il vino mi ha insegnato la pazienza, il rispetto dei tempi della natura e la concretezza». La storia di un trentenne e talentuoso vignaiolo abruzzese di area picena e del suo “Montepulciano Cafone”

Di Jolanda Ferrara

Sensibilità gustative fuori dal comune, carisma travolgente, zaino in spalla e anfibi buoni
per girare il mondo lavorando. A trent’anni il vino si fa e si racconta così, stile combat.
Parliamo di vino artigiano, quello «senza niente», solo uva e lieviti indigeni, no solforosa.
Un vino nature, schietto e diretto, che parla la stessa lingua di chi lo fa e dice anche parolacce, mai spocchioso, mai ingessato. Ma con qualcosa di autentico da dire, la presunzione di «non dover piacere necessariamente a tutti».
«Il vino va ascoltato perché ha una storia da raccontare» sussurra dolce e irrequieto Jacopo Fiore, trentenne e talentuoso vignaiolo abruzzese di area picena che all’Abruzzo del vino slow ha di recente regalato una perla di cui fregiarsi, un Montepulciano Doc (2017) Colline Teramane “Cafone” di nome e di fatto, vinone non filtrato, pieno e diretto che ha entusiasmato, nonostante i modi rustici o forse proprio per quello, i valutatori della guida Slow Wine 2020.

Jacopo è nato a Controguerra (TE), dove vive e adora le verdi colline teramane ma quando
esce per divertirsi va a San Benedetto del Tronto, dice, qui troppa calma. Vigna e cantina, su cui ormai esercita pieni poteri, rappresentano lo spin off in prepotente affermazione dell’azienda di famiglia, Podere San Biagio. Realtà medio piccola, venticinquemila bottiglie a crescere, ma con lentezza, particolarmente apprezzate in Italia come all’estero. Richieste da una nicchia – crescente a passo svelto, quella sì- di attenti bevitori. Jacopo è perito biologo, studi di chimica farmaceutica non conclusi, poi enologia avanti per conto proprio e in costante simbiotico accudimento della “sua” vigna. La fortuna di ritrovarsi il lavoro in casa sommata alla curiosità per il mondo che gira intorno ai vini naturali («no gastrofighetti, no vini preconfezionati che sanno di banana, slavati di color vetril»), l’amore per la terra e l’imprinting di famiglia combinati alla possibilità di avere due-tre mesi liberi
l’anno per viaggiare lontano (Himalaya,Tailandia, Nepal, quest’anno India, Rajastan) hanno
fatto il resto. «È vero sono fortunato, non sono partito da zero, ho solo estremizzato un
discorso iniziato da mio padre, che ora è il mio primo interlocutore ad ogni nuovo assaggio».

Jacopo ha realizzato già da un po’ che il mondo del vino sta cambiando direzione.
E che l’Abruzzo in questo senso può «spaccare», «fare man bassa» con la sua straordinaria
biodiversità, microclimi e terroir che mutano dal litorale alla montagna.
Un territorio, dice, che permette di lavorare in un certo modo, condizioni climatiche che
garantiscono uve sane, base fondamentale per fare vini naturali senza trucchi e senza inganno, il vino che ritorna alla terra alla quale appartiene.
Perciò la ricerca di vinificazioni più estreme. Vendemmie manuali, selezione delle uve in cantina, no interventismo ma prevenzione, lunghe macerazioni, tecniche che vengono da lontano, ancestrali. Una recherche che oggi accomuna molti altri giovani neo-contadini felici di perdersi tra le vigne dei padri, pronti a impiantarne di nuove, animati dal ritorno epocale al mestiere della terra. «Ci vuole più tempo ma ci stai anche nel prezzo finale, un modo di lavorare agricolo, sostenibile, etico. Come tratti l’uva tratti le persone che lavorano con te, con rispetto. Ogni grappolo che porto in cantina deve essere perfetto, non posso giocarmi la produzione per qualche acino rovinato, piuttosto taglio il grappolo, andrà a concimare il terreno per la prossima vendemmia».

Zero compromessi, onestà, verità. E voglia di comunicare – al mondo – il territorio d’appartenenza. E un modo di essere, che poi è lo stesso. Nei nomi di questi vini c’è tutto un programma. Ecco Migrante, il ruspante succoso pecorino giallo maturo, “migrato” di qua dal Tronto con la transumanza delle greggi; Sgarzella è la passerina rifermentata petnat, frizzante naturale; Briscola e Tressette è il cerasuolo, vino da osteria «che più abruzzese non si può», Lucignolo il trebbiano e malvasia affinati in anfora di terracotta. Alla testa della scalpitante batteria c’è il re Montepulciano Cafone, «perchè cafone lo siamo stati tutti nel passato». Nomi agricoli, storie da rispolverare, un affresco in continua evoluzione. E finalmente l’assaggio. Al naso sono profumi di terra, radici, erbe selvatiche; in bocca è l’esplosione del frutto. Freschezza e struttura, sapienza contadina e desiderio di osare sicuri di colpire al cuore di chi beve.

«Quando bevete il mio vino» svela Jacopo «è come essere ospiti in casa mia, assaggiate la mia cucina, fatta secondo il mio gusto personale. Posso stare simpatico come no ma è il mio racconto». «Nel vino naturale» va avanti sicuro «ritrovi le emozioni di chi l’ha fatto, lacrime sudore e bestemmie di una persona onesta. Che poi avrai voglia di conoscere». Né più né meno quanto professava il maestro Gino Veronelli, filosofo raffinato e anarchico comunicatore dell’enogastronomia italiana, modello di ispirazione oggi più che mai celebrato dal movimento del vino naturalista. Passaporto valido per il mondo, Jacopo è approdato in ottobre al Raw Wine di New York, paradiso per appassionati bevitori di vini artigiani, biodinamici, “crudi”. Appena cinque anni di impegno (e anarchia) in vigna e in cantina e già segnalato tra i wine talent del settore. Un estremista sicuro del fatto suo questo ragazzo, scommette sul locale e pensa globale, un innovatore doc come trent’anni fa è stato il nonno Giulio Amadio, un protagonista della riscoperta dei cereali
tradizionali del Centro Appennino oggi così di moda, l’inventore di un sistema di macinazione artigianale dei grani, il “Metodo Fiore”.

Buon sangue non mente, è proprio vero. Quello stesso desiderio di eccellenza, di inedito e di autentico Jacopo l’ha riportato in vigna. Puntando tutto sul vino, estremizzando le vinificazioni bio curate dal papà, Pietro. Per lui, puledro scalpitante, un modo per esprimersi in piena libertà e darsi una disciplinata. «Perchè non mi piace andare a tutti i costi incontro al gusto della massa» torna a ripetere, «io il vino lo faccio per la nicchia».
Una storia di attaccamento alle radici, di «maleducazione», così la chiama intendendo “sincerità”. Oggi le bottiglie di Podere San Biagio stupiscono con lo spettacolo – che diventa vino – dei colli aprutini stretti tra il Gran Sasso e l’Adriatico, la vigna al sole dell’alba e poi arrossata dal tramonto, l’aria fresca dalla montagna e la brezza marina. In mezzo il podere con il trebbiano colore del miele che «bello come quest’anno mai»; il pecorino da vigna vecchia e quello da vigna giovane, la malvasia nostrana, gli ulivi e l’agriturismo di famiglia. Che rimane il posto migliore dove sorseggiare quel nettare e cogliere l’incanto di questo lembo d’Abruzzo di confine.

«Tutti i miei vini sono maleducati, presuntuosi e sinceri come me» riprende Jacopo, ma noi non gli crediamo. Di maleducazione proprio non ne vediamo, piuttosto amorevolezza. E tanta. «Faccio tutto da solo e mi piace sbagliare con la mia testa, se qualcosa non mi piace me la prendo con me stesso. Il vino è bello perché empirico, ogni annata è diversa in base a com’è l’uva, com’è stato l’andamento climatico, perciò non esiste una ricetta per fare il vino. Quest’anno abbiamo registrato 26° a ottobre: il vino non può essere uguale a quello dell’anno scorso». Come alle persone, raccomanda, ai vini fatti con l’uva e basta devi dargli tempo per farli aprire. «Fare il vino mi ha insegnato la pazienza, il rispetto dei tempi della natura e la concretezza, la capacità di prendermi un po’ di responsabilità. Sto costruendo una grotta interrata per l’affinamento delle bottiglie, avrò la possibilità di giocare con le annate vecchie, tirarne fuori qualcuna, magari di quelle premiate, e scoprire che ha ancora tanto da dire».

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