L’economia anti-spreco

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Il vintage e una sindrome rara. Maria Cattini, aquilana, giornalista ed ex direttore di un noto quotidiano online si è reinventata attraverso la “filosofia del riuso” all’insegna dell’artigianalità: «Quando un oggetto non serve più a un individuo può essere utile ad altri»

Di Tiziana Pasetti

Quadri e lampade, cornici e cristalli, divani sontuosi, tappeti, un tavolo rosso con la scritta in bianco della bibita analcolica più famosa del mondo. Un incontro di oggetti che raccontano il soggetto che li ha cercati, scelti, fatti suoi. L’appartamento di Maria ospita una infinità di storie e molte ne racconta e trasforma. La notte del 6 aprile 2009 Maria Cattini era direttore di una testata online, ilCapoluogo.it; la scossa la svegliò ma da Scoppito, dove viveva, entrò subito nel gestionale e cominciò a caricare le notizie che minuto dopo minuto le arrivavano. Iniziò in quel momento un periodo che sarebbe durato anni e che l’avrebbe vista in prima linea nella scomoda posizione di chi deve narrare nel modo più equilibrato possibile un luogo capovolto dalla natura e stravolto dalla reazione politica – locale e nazionale – amministrativa e sociale. Se è vero che guidare una redazione, “gestire” un editore e monitorare il lettore sono gli scogli scivolosissimi di ogni realtà informativa, farlo quando sei l’unica giornalista della squadra prima da casa e poi all’interno di un container senza servizi, di pochi metri quadri, preso d’assalto da lupi affamati dai due milioni di contatti unici che il quotidiano online generava è una impresa titanica. L’esperienza finisce in modo burrascoso per incomprensioni interne (storia normale nel media world) ma il peso della sua capacità critica nella comunità urbana non le permette di ritirarsi e crea un blog di opinione, L’Aquila Blog, ancora oggi online, ancora oggi luogo scomodo, indipendente e non allineato capace di creare dibattiti accesi intorno a notizie esclusive, dissonanti rispetto al mainstream.

«Quando ho smesso di dirigere ilCapoluogo ho iniziato a stare male fisicamente con sintomi che erano difficili da diagnosticare, ero senza forze, sempre stanca», Maria è seduta sullo sgabello del suo nuovo studio, la camera che era del figlio, riadattata per una duplice funzione, una giornalistica e una da artigiana: «C’è voluto un anno per avere una diagnosi e dare un nome a quella apatia: sindrome di Sjogren, malattia autoimmune debilitante, cronica, che toglie energia, affatica le articolazioni e provoca la disidratazione delle mucose di occhi e labbra. Una malattia rara, subdola, invisibile e che durante le ricerche può sembrare tutto e niente. Non l’avevo sentita nominare, poi ho scoperto che se ne era parlato sui giornali perché la sindrome aveva colpito anche la tennista statunitense Venus Williams. È difficile spiegarla a quelli intorno a te, spesso non ti senti capita perché non dà segni di sofferenza esteriori.

Io però ero stata quattro mesi a letto, impossibilitata a muovermi, ho davvero avuto paura che non ce l’avrei mai fatta a ristabilirmi». Maria allunga una mano, prende una pinza, un pezzo di ferro, un cristallo e uno scampolo di stoffa: «Era necessario trovare un’idea che mi portasse via tutti i pensieri negativi e mi aiutasse a dare un senso a quelle mattine in cui mi svegliavo già stanca, con le mani e le ginocchia paralizzate. La mia passione per la moda e per le arti manuali ha segnato la strada della rinascita. Un ruolo importante l’ha svolto la mia grande amica Carmen, con lei, oltre tre anni fa, abbiamo aperto una pagina Facebook dove selezionavamo le occasioni

vintage più rilevanti scovate nei vari mercatini dell’usato. Viviamo però in una città provinciale e borghese dove in pochi comprendono il significato di questo termine, per gli altri sono solo stracci usati da chissà chi. Al tempo stesso, però, viviamo in un mondo usa e getta, con veloce e ciclica obsolescenza che produce un abbondante e florido mercato dell’usato e allora abbiamo scoperto la filosofia del riuso: quando un oggetto non serve più a un individuo può essere utile ad altri.

La capacità degli oggetti di descrivere il consumatore è stata una sfida tanto quanto capire l’incidenza che hanno le marche e i brand nel determinare un acquisto e in particolare l’acquisto di beni usati. Scegliere di seguire negli anni una determinata linea di prodotti nasconde anche l’adesione a dei modelli di comportamento, uno stile di vita, un’estetica e, addirittura, dei valori sociali e morali. La marca in sé non è sufficiente a trasformare un bene da usato a vintage: ci sono valori legati al contesto storico, sociale e culturale in cui è vissuto come bene nuovo che vanno considerati. Essere vintage significa ricercare quella autenticità in ciò che è raro e non può essere riprodotto con i materiali di oggi».

Gli occhi di Maria si illuminano. Allunga le mani e prende una grande scatola. La apre. Dentro c’è una confusione di oggetti di ogni colore e forma. La guardo dubbiosa e lei ride, si alza, prende una collana: «Tu vedi confusione, io invece in queste scatole trovo tanti nuovi tesori. Muovo le mani, le alleno, le sciolgo, è fisioterapia per la mia malattia e armonia per i miei pensieri e intanto creo. Tutto quello che vedi» si gira su se stessa, le pareti sono piene di creazioni che nascono dal genio di Carmen e dalla capacità manuale di Maria. Il primo acquisto è stato uno scatolone pieno di cristalli provenienti da lampadari degli anni ’50. Dovevano servire per creare borse da sera e invece sono diventati ferma foulard. Come? Unendoli a dei materiali “scontati”: componenti di gomma, guarnizioni per l’idraulica, fregi di legno, pezzi di ottone di antiche lampade, parti di mobili da rottamare, piatti, posate, fibbie, pietre, corde. «Una volta trovammo, a un euro, un veliero bruttissimo composto però da vele fatte di splendido corno. Un oggetto orripilante fatto di un materiale ormai introvabile. Dopo due giorni e una attenta opera di smontaggio, avevamo realizzato quattro collane meravigliose», Maria ne prende una dall’espositore e la indossa, la vela di corno adesso è un ciondolo regale. «Compriamo e poi smontiamo, dipingiamo, seghiamo, limiamo e assembliamo tutto nuovamente. Poi li indossiamo, li regaliamo alle nostre amiche, li esponiamo. È una collezione impegnativa, non è da tutti andare in giro con una cornice d’ottone appesa al collo, ma è la sintesi della nostra forza e del coraggio di intraprendere un nuovo percorso, dare una nuova possibilità alla nostra vita».

«Dopo tutto questo vagare, è nata l’idea di creare un blog dedicato a questa passione, Vintageitalianfashion.it, per condividere consigli su come valorizzare le donne, le loro caratteristiche, su come fare a scegliere tra i capi in commercio quelli adatti per una occasione di lavoro o per un viaggio di piacere. Oggi il panorama è vastissimo, non si seguono vere regole nella moda e la libertà è assoluta: si può sfoggiare una Kelly di Hèrmes con un paio di jeans e ai piedi le Stan Smith ed essere perfettamente in ordine. Con questo taglio editoriale il blog è un mix di quello che sono le nostre passioni: la moda, il vintage, la cultura del fai-da-te, la creatività e il giornalismo. Il tutto a costo zero (ci siamo fatte anche il sito da sole) e mettendo in rete le nostre conoscenze e la curiosità di scoprire sempre nuovi orizzonti da comunicare in questo campo. Farlo da protagoniste di una vita che abbiamo riconquistato e farlo, attivamente, da una città che è ancora sospesa».

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