Testa sulle spalle e piedi ben piantati a terra

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Francesca Biondi, Rural Resilience

Alla scoperta di “Rural Resilience”, l’azienda agricola dell’imprenditrice Francesca Biondi, che fa della destagionalizzazione e della differenziazione delle coltivazioni i suoi elementi di forza

Di Maura Di Marco 

C’è un luogo incantato, al confine tra Catignano e Vicoli (PE), dove la parola resilienza prende corpo in uno stile di vita sano e lento, oltre che in una realtà economica che fa della destagionalizzazione e della differenziazione i suoi elementi di forza. Ci troviamo a Civitaquana (PE) e stiamo parlando di Rural Resilience. A metterci le radici c’è una donna con i piedi ben saldati a terra che, dopo una carriera spesa a livello internazionale, decide di tornare dove tutto era cominciato. Francesca Biondi, 35 anni, si laurea brillantemente in economia politica a Bologna con una tesi di laurea sul microcredito. Per conto di una Ong milanese si trasferisce in Zambia con l’obiettivo di realizzare un progetto di microfinanza; dopo un anno in Africa, parte alla volta di Gerusalemme per partecipare ad un programma di cooperazione internazionale. Nel corso di queste esperienze transfrontaliere, Francesca sente sempre forte e chiaro il richiamo della sua regione: «Cresceva in me la voglia di sperimentarmi in un progetto tutto mio – racconta – che mi desse la possibilità di riportare nel territorio in cui ero cresciuta le conoscenze acquisite nei percorsi di studio e lavoro all’estero. Mi sono detta: perché non provare a realizzare qualcosa in uno dei tanti luoghi dell’Abruzzo dove spopolamento e mancanza di attività economiche stanno portando all’abbandono di territori bellissimi e pieni di risorse?».

Rural Resilince nasce da qui: dapprima come soluzione alla precarietà del lavoro, ad una carriera spesa fuori casa con “l’obbligo di rinuncia” ad una famiglia e dei figli; poi come consapevolezza di un ciclo di vita e di lavoro dettato dalla natura e dalle sue stagioni.

«Volevo concretizzare l’idea di un progetto turistico per la valorizzazione del territorio, qualcosa che potesse attirare in Abruzzo una popolazione giovane ed europea. Quindi, insieme all’allora compagno, poi marito, ci stabilimmo in una casa di mia proprietà adagiata sulle terre coltivate da mio nonno e, dato che eravamo in campagna, iniziammo a produrre ciò che serviva per nutrirci. La natura, come accade da sempre, prese il sopravvento: non soltanto ci appassioniammo al lavoro della terra ma incominciammo a produrre maggiori quantità di prodotto e a distribuirle tra le persone che, sempre di più, oggi, apprezzano un’alimentazione sana e a km zero». Passo dopo passo, Rural Resilience diventa una fattoria come quelle di una volta, dove assume un ruolo di primato la diversificazione delle produzioni. A scanso della specializzazione, sicuramente più remunerativa all’inizio, l’attività di Francesca segue il ritmo della natura, garantendo così una produzione di nicchia di grande spessore, sia in termini di gusto che di salute.  In fattoria sono presenti un piccolo allevamento di maiali «che lavoriamo a dicembre e gennaio, secondo i metodi tradizionali e poi, capre e pecore da cui ricaviamo il formaggio, rigorosamente da aprile a novembre, e tanti avicoli diversi per la produzione di uova e carne. Oltre ad accudire dieci arnie, coltiviamo il farro in un orto sinergico e ci occupiamo di un uliveto e di un frutteto».

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