Corso Federico II

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La piccola porzione di strada che, da qualche anno, ha riportato al limitare del centro aquilano qualche attività commerciale

Di Tiziana Pasetti

Da una parte c’è il cuore, il cervello emotivo. Quello che esci di casa, parcheggi la macchina e ti fai 20 metri di strada trattenendo il respiro: l’aria è insalubre per i lavori in corso. Dall’altra parte, una lotta concettuale e una domanda. Insistente. «Quello che vedo, questi due bar, questa panineria caliente, questi due negozi di vestiti, questo forno storico che ha cambiato indirizzo, questo signore che confeziona panini a peso d’oro, questo negozio di gadget, questa agenzia di viaggi, questo che vedo, basta a fare una città? Un centro? Ad otto anni da un terremoto, è sufficiente?».

Quando ho pensato di dedicare questo Focus a Corso Federico II, o meglio la piccola porzione che da qualche anno ha riportato al limitare del centro qualche attività commerciale, avevo in mente qualcosa di più romantico, lo ammetto. Un manipolo di piccoli eroi che, pur di rianimare una città sfracellata ma non del tutto decomposta, sceglie di tornare nonostante la scomodità, le polveri perenni, il via vai sfasato. Ci sono storie che commuoveranno se non il mondo intero almeno i lettori di Abruzzo Economia, continuavo a ripetermi pensando a persone come Giuseppe Colaneri, proprietario di “La Luna” (subito dopo il terremoto aveva riaperto la sua attività nella sede originaria, in Corso Vittorio Emanuele, per poi spostarla in Piazza Duomo e infine migrarla qui) oppure al forno del Cavalier Placidi: avevo ancora in bocca il sapore della frolla con ricotta e cioccolato che avevo assaporato il 3 aprile del 2009. Non si gustano mai troppo, le cose. Non ci pensi mai, che potrebbe essere l’ultima volta.

Ma dicevo. Da una parte c’è il cuore e una penna che tende a fare la svenevole, dall’altra c’è Erina Panepucci, carattere forgiato da una vita che l’ha risparmiata in nulla e che, prende la parola e mi riconsegna alla ragione: «Quando ho deciso di aprire questa agenzia mi sono detta che doveva essere in centro, non da un’altra parte. Non l’ho fatto per eroismi o peggio ancora con una missione autolesionista in testa. Ho investito i miei risparmi e il grande gruppo al quale ho deciso di affiliarmi, dopo un attento studio di fattibilità, ha detto sì. L’ho fatto per me, è un lavoro che amo, e per assicurare a mia figlia qualcosa di concreto. Le cose stanno andando bene, sono molto felice. Però devo dire grazie solo a me: nessuno, qui, ci ha dato una mano. Non abbiamo visto mai passare nessuno dell’amministrazione (e intendo sia maggioranza che opposizione), ogni volta che abbiamo avuto un problema abbiamo dovuto risolvercelo da soli. È vero che si tratta di attività private, per carità, però in una città che tenta di rialzarsi ogni iniziativa dovrebbe essere almeno idealmente abbracciata da chi la rappresenta. Voglio fare solo un esempio. Da quando ho aperto mi ritrovo a fare le veci dell’Infopoint che ha la sede naturale in Piazza Duomo ma è sempre chiusa. A mie spese ho fatto stampare delle cartine con delle indicazioni sui luoghi di maggior interesse e sui posti in cui poter mangiare o dormire. Le persone che vengono a visitare la nostra città si fermano qui da me, si siedono, e mi dicono commosse: “che città meravigliosa, chissà quanta cultura doveva esprimere. Mostre, teatri, convegni internazionali…una città universitaria calata nella Storia Viva”. Io sorrido. Ringrazio. Ma tra me e me, quando mai L’Aquila si è aperta? Quando? Cosa c’era, prima? Il Mammuth e la Casa Museo Signorini Corsi sempre chiusa. Il terremoto è stata solo l’ennesima scusa per giustificare una paralisi che è strumento nelle mani di pochi. Punto».

L’articolo completo sul numero AE di luglio-agosto, in tutte le edicole abruzzesi.

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